Un ulteriore passo in avanti per l’utilizzo dell’Additive Manufacturing nel settore medicale è stato compiuto.

La nScrypt, società di bioprinting in 3D industriale e la Techshot Inc. società che sviluppa tecnologie per l’industria aerospaziale, entrambe statunitensi, hanno collaborato per ideare la prima stampante 3D in grado di produrre tessuto umano in condizioni di microgravità: la 3D BioFabrication Facility (BFF).

Il progetto prevede la creazione, nello spazio, di stampe di prova di tessuto umano simile a quello cardiaco, che saranno poi studiate e perfezionate a terra.

I tessuti morbidi come vasi sanguigni e muscoli, nell’ambiente di produzione spaziale, grazie alla presenza della microgravità, che ne impedisce il collasso, mantengono le loro forme. Collocate poi in un sistema di coltura cellulare che le rafforza, nel tempo diventeranno tessuti vitali autosufficienti, che rimarranno solidi una volta tornati nella gravità terrestre.

I vantaggi della biofabbricazione nello spazio

Bisognerà attendere, probabilmente, fino al 2024 per vedere i primi risultati, ma i potenziali vantaggi della BioFabrication Facility, secondo Techshot, sono molteplici:

  • ridurre la carenza di donatori di organi;
  • creare tessuti o cerotti sostitutivi specifici per il paziente direttamente dalle sue cellule;
  • ricevere organi con le proprie cellule staminali, riducendo così la probabilità di rigetto e riducendo i costi a lungo termine associati a una cura di farmaci anti-rigetto;
  • eliminare il requisito che qualcuno debba prima morire, in modo che un’altra persona possa ricevere un nuovo cuore o un altro organo.

3d biofabrication

Il BFF sarà consegnato alla Stazione Spaziale Internazionale tramite la missione cargo SpaceX CRS-18 a Luglio, a seguito di quattro anni di ricerca e sperimentazione, un grande passo per la storia della medicina mondiale che nasce anche dalla storia personale di Ken Church, CEO della nScrypt.

Sua figlia, oggi una sana ventiquattrenne, nacque senza un polmone e lui pensò ad alta voce: “vorrei che potessimo solo farle un altro polmone” ed oggi questa possibilità non pare così lontana.

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